Antico Caffé Greco


Un caffè non si rifiuta mai, tanto più se è buono. Al Greco singolare «carrefour d’Europe» finirono così per entrare un po’ tutti, appartenenti ad ogni ceto, categoria e nazionalità; anonimi ed illustri, viaggiatori en touriste o clienti abituali. La fama di tanta ospitalità, tramandata ai posteri con accenti coloriti e persistenti, è rimasta sospesa nell’aria di quelle salette; ed anche se i medaglioni, le placchette in gesso e le miniature – raffiguranti gli artisti, poeti, musicisti, che con la loro presenza avrebbero consacrato quelle mura – sono ancora lì, ordinate lungo le pareti del cosiddetto omnibus, a confermare, se non altro, gli entusiasmi della tradizione orale, le testimonianze trasmesse da un proprietario all’altro, le confidenze bisbigliate dal cameriere anziano a nuovi, ignari avventori.

Antico Caffè Greco Roma Renato GuttusoCome poté un Byron, supremo cantore di Roma, non affacciarsi al Greco? E John Keats, che in piazza di Spagna visse e morì? E Shelley, che completa la triade anglosassone? Nell’Italianiscbe Reise, J.W. Goethe non rammenta il celebre Caffè. Gli dedica invece alcune righe il suo amico Karl Philipp Moritz, anch’egli pellegrino in Italia, che vede ancora una volta nel Greco il punto di incontro dei giovani artisti, il luogo di raccolta per avventurarsi poi nelle inesauribili escursioni alle gallerie, alle ville, alle località nei dintorni. Senza dubbio, saranno convenuti in quelle sale il polacco Adam Mickiewicz e il russo Brulow, Antonio Casanova e
Bertel Thorwaldsen, Massimo d’Azeglio e il grande Gogol, che proprio su uno di quei piccoli tavoli si vuole abbia portato a termine molte pagine delle «Anime morte».

Anche Silvio Pellico dovette trascinarvi il peso degli anni trascorsi allo Spielberg, secondo quanto lo scultore Luigi Amici riferirà a Diego Angeli, precisando che l’autore de Le mie prigioni «aveva l’abitudine di sedersi nella prima sala, nell’angolo accanto all’arcone di destra», per rimanervi lunghe ore, avvolto nella cappa color marrone, con il cappello a staio sulla testa e le mani appoggiate alla canna d’India. Ci passarono il viennese Franz Grillparzer e August von Platen-Hallermiinde, che soggiornò nella paesana metropoli vaticana in alcuni mesi del 1826 e del 1829. Il Leopardi, scontroso e solitario, proprio accanto al Greco alloggiò nella sua seconda venuta in Roma, dall’ottobre del 1831 al marzo ’32.

«Giacomo Leopardi», si legge nella lapide apposta con molto ritardo nel 1879, «poeta e filologo massimo / dell’età nostra / in Italia, / dimorato in questa casa / per cinque mesi / la fece monumento onorando / a noi ed ai posteri». Quanto a Stendhal, così intimamente ed in maniera esaltante e duratura legato al nome di Roma, finirà anch’egli, ad un anno appena dalla morte, per alloggiare sulla via Condotti, di fronte alla Trinità degli Spagnoli, grazie alle premure del pittore ginevrino Abraham Constantin, amico e commensale assiduo.

Intorno a quest’epoca si può leggere nella Correspondance che al Greco, rendez-vous degli artisti, si serviva «pour treize centimes une tasse de café excellent». Ma già molti anni prima, verso il 1823-24, lo scrittore vi si era recato espressamente, come da sollecitazioni avute, per conoscere un suo sosia, il paesaggista francese Etienne Forby, rimanendo però choqué nel trovare un uomo «sans doute fort bien au moral, mais … si peu beau»! Anzi, sulla cordiale frequenza di rapporti con il rinomato locale, a parte le testimonianze dirette dello stesso Constantin, Paul Hazard, biografo del Beyle e, a quanto sembra, sicuro conoscitore del Greco, ci ha ricavato una paginetta gentile, tutta vibrante dello spirito di quelle «Promenades, là dove non risente del languore dei tramonti goduti dall’altura pinciana».

Stendhal prediligeva sopra ogni altra questa sua passeggiata, e quella sosta, ma finiva quasi sempre per non trovarsi bene tra i connazionali. Non amava i presuntuosi, turbolenti giovani vincitori del Prix de Rome; e i «pensionnaires» non amavano lui. Anzi il pittore Ernest Hébert, suo parente alla lontana, e anche lui di Grenoble, non aveva esitato un momento a dipingerlo come «un vieil ours grognon».
In questi anni, alla corrente tedesca che fa capo al Greco viene in tal modo ad affiancarsi quella francese, alimentata incessantemente dalla Académie de France à Rome. La sera del suo arrivo lassù, per iniziare il pensionato musicale, ecco piombarvi Berlioz con tutta la sua irruenza.

L’indomani (siamo nel 1830) l’autore della Symphonie fantastique conosce Felix Mendelssohn, da qualche settimana ospite personale di Horace Vernet. Non s’intenderanno. Dove troveranno invece un tacito punto di incontro sarà proprio nei confronti del Greco, almeno a giudicare dal brano di lettera del compositore tedesco, in data 10 dicembre di quell’anno. «Sono persone disgustose», scrive, «quelle che siedono al Caffè Greco. Io non ci vado quasi mai, perché provo avversione per loro e per il loro prediletto locale. Una piccola oscura camera, larga circa otto piedi, da un lato della quale si può fumare tabacco, e dall’altro no. Qui, sui banchi, essi siedono in giro, con i loro larghi cappelli e grossi cani da macellaio accanto. Collo, guance, tutto il viso coperto dai capelli, fanno un fumo spaventevole (soltanto
da una parte della stanza) e si scambiano grossolanità, mentre i cani hanno cura di spargere fastidiosi insetti nocivi. Una cravatta, un frack, sarebbero qui una novità». E prosegue, a rincarare la dose, a completare il grottesco quadretto. «Ciò che nel volto è  libero dalla barba è coperto dagli occhiali; e così bevono il caffè, e parlano di Tiziano e del Pordenone, come se sedessero accanto a loro e portassero le loro barbe e i loro morioni. Invece fanno Madonne malate, santi infrolliti, eroi sbarbatelli, che, tra l’altre cose si proverebbe una vera voluttà a frustare». Giudizi che riflettono sicuramente un fondo di verità, ma ai quali non sono del tutto estranee certe asprezze antiromane che, quasi un vezzo, gli stranieri non hanno voluto mai lesinare nei confronti di una città che tanto più allora suscitava inaudito ardore, non di rado facendo loro dimenticare la patria d’origine. Quanto alle delusioni sofferte nei confronti del Greco da alcuni illustri ospiti, possiamo considerarle provocate innanzitutto dall’affollamento eccessivo, che generava, almeno a prima vista, un serio squilibrio tra contenente e contenuto; in secondo luogo, il consumo degli «zigari», che contribuiva a rendere pressoché irrespirabile l’aria delle stanze. Un inconveniente al quale si tenterà di ovviare più tardi, secondo le generiche affermazioni di una pubblicazione specializzata. «Se nel 1828», vi si legge, «le piccole botteghe del tabacco si identificavano con le bettole dove il popolino si riuniva per bere e fumare (non a torto l’istituzione della privativa del tabacco è connessa a quella dell’acquavite), nel 1845 erano già in voga a Roma le salette da fumo, brillantemente ostentate dai caffè più rinomati di via Condotti e via del Babuino». Doveva però trattarsi ancora una volta di male comune, a sentire Joseph Regnier, che pur non risparmia altre frecciate, dedicando molte pagine ai caffè romani nel suo Tableau de la Ville Eternelle, pubblicato a Parigi nel 1835. Nel Tableau si ignora il Greco, mentre è al Ruspoli che vanno tutte le simpatie e gli entusiasmi. Provvederà tuttavia un americano a riparare alla grave omissione, con sano entusiasmo e mancanza pressoché assoluta di prevenzioni, il pittore James Edward Freeman, che dedicherà a «The Caffé Greco» un intero capitolo del volume «Gatherings from an Artist’s Portfoglio», edito a New York nel 1877, ma il cui contenuto va riferito a tutti i soggiorni romani dell’artista, iniziati nel 1836. «Questo rinomato locale», informa dapprima, «è stato citato in tali e tanti libri di viaggio, in lettere, in journals, che la sua esistenza è conosciuta dappertutto, in Europa e in America. Ed è stato durante un secolo il soggiorno di molti artisti e letterati stranieri, residenti o in visita a Roma, e, se si fossero registrate le parole e i fatti sentiti e accaduti tra le sue mura, nessun libro dei tempi moderni sarebbe ora più interessante per l’artista, per l’amatore, per l’uomo di lettere».  La posizione centralissima e l’ottimo caffè ne costituivano invece le principali attrazioni, alle quali andava aggiunta la possibilità di godere della «più ampia libertà di parola» allora permessa, cioè senza che gli avventori sentissero quella stretta sorveglianza della polizia, che pure riusciva ad introdurre le proprie spie in qualsiasi riunione di società. Per cui, afferma Freeman, «questa confraternita di artisti e di studenti, sotto i pontificati di Pio VII e di Gregorio XVI, sembra aver goduto di una licenza del tutto eccezionale per ogni altro rendez-vous. E molto poco, da allora ai nostri giorni, è stato cambiato o modificato».

Viva e interessante la descrizione delle tre pur «insignificanti» stanze di cui il locale si componeva. «La più grande, e più vicina all’entrata, aveva un soffitto ad arco ribassato, pretenziosamente dipinto con indefinibili allegorie, nelle quali animali spaventevoli e grotteschi erano stranamente mescolati con mitologiche mostruosità, e sospinti con esse ad una confusione da Stige per colpa delle dense nuvole di fumo di tabacco. Per la medesima causa anche mura e finestre erano state degradate al colore sporco dell’asfalto, penetrando il fumo in ogni cantuccio ed angolo, e impregnando talmente l’atmosfera, da rendere oltremodo difficile sia poter vedere che prendere fiato. E resta ancora da aggiungere a tutto questo, il rimescolio di una dozzina di lingue e di dialetti, e una varietà di costumi, di fisionomie e di gesti, peculiari di Russi, Polacchi, Ungheresi, Danesi, Svedesi, Spagnoli, Francesi, Olandesi, Inglesi e ad altre razze miste e caratteri eccentrici». Tuttavia, prosegue Freeman, l’oggetto più importante di questo reparto era rappresentato da una piccola scatola di legno, posta sul banco, tra bicchieri, tazze, piattini, bottiglie, fiaschi, cucchiai e tovaglioli. La stessa che ritroviamo bene in vista anche nell’acquarello di Ludwig Passini, Artisti tedeschi al Caffè Greco nel 1856, in cui si riflette fedelmente la vivace descrizione dell’americano. Il dipinto è ora conservato nella Kunsthalle di Amburgo e rappresenta il secondo grande «gruppo di famiglia» del Caffè, nel quale, come nei disegni di Fohr, ritroviamo ancora tedeschi (la cosiddetta «vecchia guardia»), tutti identificabili. Sono cioè i metodici frequentatori di quel cantuccio strategico che le male lingue avevano ribattezzato «angolo della maldicenza», dal berlinese Franz Catel, il più anziano della colonia, a Leopold Pollack di Praga, da August Riedel, di Bayreuth, a Wilhelm Wider, al Bosino, al Muhr, al ritrattista berlinese Otto Wichmann, a Ludwig Sussmann. Il pittore di soggetti storici Rudolf Lehmann, da Ottensen, è infine ritratto a tutta figura, in piedi, mentre sfoglia la corrispondenza contenuta nella famosa cassetta, che poteva a buon diritto venir designata quale ufficio postale degli habitués del Greco, dato che, salvo poche eccezioni, e secondo quanto conferma Freeman, era là che venivano indirizzate tutte le loro lettere. Come risulta ancora da alcune buste conservate nel celebre Caffè.

Ma proseguiamo la nostra visita ed entriamo nel successivo ambiente, nell’Omnibus, così chiamato per una sua vaga rassomiglianza con i carrozzoni dell’epoca. «Era una specie di alcova», egli annota, «lunga e stretta, illuminata dall’alto, con sedili lungo ciascun lato, di fronte ai quali si allineavano dei tavoli nani; sì che lo spazio che
restava per il passaggio era tale da obbligare a straordinari espedienti coloro che tentavano di entrare o di uscire. Eppure, malgrado tutti vi fossero accalcati, sospinti, urtati, nell’Omnibus regnava il massimo buon umore, una ininterrotta ilarità. Veniva perciò favorito dai più giovani frequentatori, tra i quali si poteva notare tutta una gamma di caratteristiche etniche nazionali, relative ai lineamenti, al costume, ai modi». Freeman li passa in rassegna, gruppo per gruppo.

C’era lo studente Tedesco dalla lunga capigliatura d’oro, le fresche guance bianche-rosse, il cuore aperto alla sincerità; lo Spagnolo, più serio, dagli occhi neri, e abbigliato in maniera pittoresca; il Francese, eccitabile e pieno di grazia; il Russo generoso, entusiasta, dagli zigomi pronunciati; lo Svedese dall’occhio austero e il volto soffuso di onestà, di serietà; e l’elegante Ungherese dallo sguardo ispirato. In breve, aggiunge l’artista americano, «ciascun paese e lingua d’Europa si ritrovavano in questi giovani votati all’arte, poiché ciascuno di essi portava nel proprio abbigliamento, o nell’aspetto, o nei sentimenti, qualcosa della terra natale». Tutti erano bramosi e pieni di speranza di riuscire, di raggiungere un giorno la fama. «Felice, felicissimo periodo dell’esistenza, per molti di loro» commenta Freeman, evidentemente con
una punta di personale rimpianto, ma aggiungendo subito dopo: «anche se pochi riusciranno a realizzare i sogni della propria ambizione».

Passiamo ora all’altra stanza, ubicata in posizione più centrale, e preferita dagli anziani frequentatori del locale, distribuiti, come gli altri, secondo la nazionalità. Conteneva quattro piccoli tavoli rettangolari, coperti da lastre di marmo bianco. Ad uno di essi, annota il nostro cicerone, iniziando una seconda rassegna, si poteva di solito vedere un English party; ad un altro, un gruppo compatto di Russi; ad un altro ancora, la solita assemblea di Tedeschi, con le lunghe pipe pendenti dalle barbe ed i cappelli dalle larghe tese, à la Vandyck, tra i quali era facile riconoscere, afferma sempre Freeman, «il grande scultore danese Thorwaldsen, Hans Christian Andersen, Wolf, Cornelius, ed altre celebrità della letteratura e dell’arte, nonché persone di eccezionale rango, quali Luigi di Baviera, che sapeva essere al tempo stesso artista
e sovrano». Al quarto tavolo si raccoglieva invece una promiscua comunità.

Gli artisti inglesi – continuiamo a citare da quella che possiamo considerare la più vivida ed esauriente descrizione ambientale del Greco sulla metà dell’Ottocento – si raccoglievano d’ordinario in un angolo della stanza ed erano notoriamente riservati, senza per questo costituire un rigido clan. «Qui sedette sempre Flaxman, e il suo posto venne occupato più tardi da Gibson; Shelley e Keats vi si recarono spesso, e si dice che anche Byron trovasse incidentalmente l’occasione di recarsi al Greco»- La tradizione, insomma, tramandava già il mito di un caffè ove si dava convegno l’arte europea, e non di rado si esprimeva in termini precisi, forniva nomi sicuri. Come attesta il pittore John Vanderlyn che, venuto una prima volta a Roma appena trentenne, nel 1805, rievocò molto più tardi al connazionale Freeman, incontrato proprio al Greco, alcuni grandi ospiti del passato. Tutti anglosassoni.

«Trent’anni fa», gli disse, «io ero in questo stesso punto», e, indicando diversi posti, osservò ancora: «là, proprio di fronte a me, sedeva Allston; quello era l’angoletto di Turner; qui alla mia sinistra avevo Fenimore Cooper; e laggiù, mi fu riferito, sedettero sir Joshua Reynolds e Benjamin West». E dopo un attimo di pausa Vanderlyn riprese, con evidente rammarico e profonda nostalgia: «Trent’anni, ed io sono di nuovo qui; sono ritornato vecchio ed abbattuto con la mia prima ed ultima commissione da parte del nostro Governo per la Rotonda. Troppo tardi! Troppo tardi!». Queste, commenta Freeman, furono le parole, così come ho potuto ricordarle, pronunciate da Vanderlyn, molto dotato ma poco considerato. Un artista incaricato ora di raffigurare «The Landing of Columbus» per uno dei pannelli della cupola del Capitol di Washington, come nella lontana giovinezza aveva dipinto «Mario tra le rovine di Cartagine», attualmente esposto nella Biblioteca pubblica di New York.

Questo era il Caffè Greco per Freeman: un insieme di ambitissimi posti d’onore lasciati vacanti dagli anziani affinché i più giovani potessero a loro volta occuparli. E l’affermazione aveva precisa rispondenza nella realtà. Ma Freeman ci dice pure che gli americani, arrivati in ritardo per evidenti ragioni storiche, avevano finito col dare un considerevole apporto alla clientela del Caffè a Strada Condotti, lasciando piacevole e duratura memoria di questo ultimogenito afflusso nazionale. Molti anni più tardi, li ritroveremo tutti amorosamente raccolti e passati in rassegna da Giuseppe Prezzolini, in quel suo piccolo capolavoro di indagine bibliografica e di ricostruzione storica rappresentato dal volume «Come gli americani scoprirono l’Italia», nei cento anni che vanno dal 1750 al 1850. «Le amicizie che gli scrittori o gli artisti  mericani», vi è detto tra l’altro, «strinsero al Caffè Greco o al Donney con colleghi inglesi avevano inevitabilmente uno sfondo romano o fiorentino che nessuno dimenticava. L’Italia continuava così a compiere la sua funzione di intermediaria internazionale, quale paese maggiore d’età tra gli altri civili».

Intendiamoci, non per questo l’entusiasmo li accecava; diremo anzi che cercavano di vedere ben chiaro (e ci riuscivano), spinti, oltre tutto, dalla infantile curiosità che, quali rappresentanti di una nazione molto giovane, non potevano non provare. E il caso, ad esempio, dell’avvocato George Stillman Hillard, autore di un volume dedicato al suo soggiorno fra noi (1847-1848), «Six months in Italy», che restò la prova migliore del suo ingegno.


Risulta interessante confrontare quanto detto sopra con le righe che egli dedica alle confraternite artistiche in Roma. «Nel solito tipo d’artista», troviamo tradotto dal Prezzolini, «non è facile riconoscere la particolare nazionalità. L’uniforme di questa classe corrisponde alla ricerca del pittoresco ed alle difficoltà della vita. Capelli e barba sono ondulati e ricciuti per dare, quanto è possibile, un carattere romantico e ideale a lineamenti comuni. Il vestito poi combina la rozzezza con la bizzarria, in modo da soddisfare nello stesso tempo l’immaginazione e l’economia. Gli artisti», prosegue, e sono le parole che interessano maggiormente, «pranzano in generale alla Lepre, in via dei Condotti, e prendono il caffè del Greco, nella stessa via, un buco buio e sporco, esalante fumo di cattivo tabacco. Parecchi di essi hanno completato la loro educazione con la conoscenza della musica, e nella sera le loro voci rompono il profondo silenzio delle strade di Roma».

Nelle adunate intorno ai tavoli di questo Caffè, riprendiamo da Freeman, fecero parte, a loro volta, Weir, Chapman e b; e dopo di loro il numero di artisti inglesi ed americani crebbe talmente, egli aggiunge, che «io posso menzionare soltanto pochi nomi, familiari alla nostra gente e preminenti dal punto di vista dell’arte: Ward, Collins, O’Neil, Elmore, Philips, Pine, Leighton, Goodhalle, fra i soli artisti americani: Cole, Leutze, Baker, Page, Rogers, Story, Ives e Reinhart, gli stessi che, in futuro, avranno diritto a venir considerati quali pionieri della pittura e della scultura nel loro paese natale, e «ad iscrivere i loro nomi negli annali che registrano il progetto delle belle arti nel secolo diciannovesimo».

Antico Caffé Greco
Via dei Condotti 86, Roma